Il bob (bobsleigh) è una disciplina – che sarà presente alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 – ad alta velocità praticata con un bob su piste ghiacciate, caratterizzate da curve strette, pendenze variabili e forti accelerazioni. Le sollecitazioni biomeccaniche che ne derivano rendono questo sport particolarmente impegnativo dal punto di vista neuro-muscolare e aumentano la probabilità di traumi muscolo-scheletrici e cranici.
Ne parliamo con gli specialisti di Humanitas San Pio X, il dottor Giorgio Pivato e il dottor Giuseppe J. Sciarrone.
Bob olimpico: tipi di infortuni
Il bob (bobsleigh) è la più antica disciplina olimpica tra gli sport di scivolamento. Si pratica con una slitta rigida a due o quattro posti, dotata di quattro pattini metallici, due anteriori e due posteriori. La coppia anteriore è mobile e permette la sterzata tramite due tiranti interni manovrati dal pilota, mentre la coppia posteriore è fissa e garantisce stabilità al bob. Nella parte terminale del mezzo c’è un freno a denti metallici, utilizzato esclusivamente dopo il traguardo per fermare il bob che, in discesa, può raggiungere velocità superiori a 120 km/h.
La gara inizia con una fase di spinta di circa 50 metri, durante la quale gli atleti imprimono al mezzo una forte accelerazione correndo sul ghiaccio. Una volta saliti a bordo, procedono lungo la pista in posizione seduta e aerodinamica, mentre il pilota guida attraverso piccoli aggiustamenti dei tiranti. L’ultimo atleta dell’equipaggio, il frenatore, ha il compito di arrestare il bob solo al termine della prova.
Durante la discesa, i piloti sono esposti a vibrazioni, micro-oscillazioni e forze centrifughe elevate nelle curve. Si tratta di uno sport ad alta intensità biomeccanica che richiede precisione tecnica, coordinazione e una notevole capacità di gestire accelerazioni e sollecitazioni muscolo-scheletriche.
Infortuni e sintomi
Il bob è una disciplina con un significativo tasso di infortuni dell’apparato muscolo-scheletrico e del cranio, rispetto ad altre discipline invernali.
- Traumi cranici e “sled head”. Le commozioni cerebrali possono verificarsi soprattutto in occasione di ribaltamenti o collisioni con le pareti del tracciato. Secondo una recente pubblicazione, una quota rilevante degli atleti sperimenta anche forme di traumatismo ripetuto di basso grado, note come “sled head”, generato dalle vibrazioni e dalle oscillazioni del mezzo durante la discesa. Questi eventi non producono sintomi acuti paragonabili a quelli della commozione, ma possono indurre cefalea, senso di stordimento e affaticamento neurocognitivo, e sono oggetto di crescente attenzione nella medicina dello sport per le possibili implicazioni cumulative.
- Lesioni muscolari da sovraccarico o da gesto esplosivo. La fase di spinta iniziale richiede uno sforzo massimale eseguito su ghiaccio: questo espone in modo particolare i muscoli posteriori della coscia (noti anche come “hamstring”) e la muscolatura del bacino e del tronco a stiramenti e strappi improvvisi. Si tratta di lesioni che costituiscono una delle principali cause di limitazione funzionale e dolore acuto.
- Traumi a mani, polsi e piedi. La dinamica dello sport, che prevede un contatto diretto con il mezzo durante la spinta e manovre di controllo rapide, rende relativamente frequenti distorsioni, contusioni e, in alcuni casi, fratture a carico di polso e mano. Si possono manifestare con sintomi quali gonfiore, dolore localizzato e difficoltà nell’appoggio o nella prensione, cioè nell’afferrare oggetti.
- Stress alla colonna vertebrale e al rachide cervicale. Le accelerazioni laterali che si verificano nelle curve possono determinare contratture, distorsioni cervicali e lombari, fino a coinvolgimenti più significativi della colonna nei casi di incidenti ad alta energia. Anche in assenza di trauma acuto, le vibrazioni ripetute possono contribuire a provocare mal di schiena cronico, rigidità della colonna, dolore irradiato e, nei casi più complessi, alterazioni della sensibilità o della forza.
Bobsleigh: i trattamenti in caso di infortunio
I trattamenti variano a seconda della natura dell’infortunio e, in genere, seguono protocolli consolidati di medicina sportiva, secondo un approccio multidisciplinare – che integri medici dello sport, fisioterapisti, preparatori atletici e specialisti della salute mentale – fondamentale per tutelare la salute degli atleti e garantire un ritorno sicuro all’attività agonistica.
Nel caso della commozione cerebrale, il trattamento prevede sospensione immediata dell’attività, monitoraggio medico e un percorso graduale di ritorno all’esercizio fisico, subordinato alla completa risoluzione dei sintomi. I micro-traumi cranici e cervicali richiedono controlli periodici, gestione del carico di allenamento e strategie preventive come il miglioramento della stabilità cervicale.
Le lesioni muscolari e articolari seguono protocolli di riabilitazione che comprendono riposo funzionale, crioterapia nelle fasi iniziali, fisioterapia mirata e successiva rieducazione alla performance.
Nei traumi del rachide è spesso indicato un approfondimento diagnostico mediante imaging, con eventuale immobilizzazione temporanea e successiva fisioterapia per il recupero della mobilità e della stabilità del tronco.
Nel bob olimpico, i piloti si preparano con programmi di rinforzo muscolare, in particolare della muscolatura cervicale e del core, per ridurre l’entità delle accelerazioni a carico della testa e migliorare la stabilità del corpo. L’ottimizzazione del design dei caschi e dei materiali del bob, così come una corretta gestione del numero di discese per sessione, svolgono un ruolo chiave nel limitare i microtraumi ripetuti.
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