La clamidia (Chlamydia trachomatis) è un’infezione sessualmente trasmessa che può dare sintomi talvolta molto lievi. Tuttavia non è da considerarsi solo un’infezione vaginale perché le conseguenze della clamidia possono manifestarsi nel lungo periodo in modo permanente.
Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Elisa Sipio, ginecologa e sessuologa di Humanitas San Pio X.
Clamidia: cos’è e modalità di trasmissione
La clamidia è una delle più comuni infezioni sessualmente trasmesse, con circa 131 milioni di casi nel mondo: è sufficiente un rapporto sessuale (per via vaginale, anale, orale) per contrarre l’infezione vaginale, se il partner è già infetto sebbene asintomatico. Tuttavia, secondo i risultati di una recente revisione sistematica, la maggior parte delle femmine e il 50% dei maschi infetti non presentano sintomi clinici chiaramente identificabili, manifestando un’infezione che passa inosservata. Di conseguenza, la maggior parte degli individui che hanno contratto infezione da clamidia non ricorre a cure specifiche, mettendo a rischio non solo la salute dei propri partner sessuali, ma aggravando anche la propria condizione.
Quando presenti, i sintomi compaiono dopo 1-3 settimane dall’infezione. L’infezione da clamidia si può riconoscere:
- nei maschi, per la presenza di uretrite o, meno comunemente, epididimite
- nelle femmine, per le perdite vaginali giallastre, sanguinamenti spontanei, dolore durante i rapporti sessuali o la minzione e dolore pelvico, che può portare a malattia infiammatoria pelvica (PID).
L’assenza o la presenza di sintomi di varia entità, però, non è correlata alla gravità dell’infezione: infatti, una volta contratta l’infezione, la persona può trasmetterla al partner durante qualunque tipo di rapporto sessuale.
Conseguenze dell’infezione da clamidia
Nella popolazione femminile, alcuni batteri che si trasmettono con i rapporti sessuali (come la Chlamydia trachomatis) possono risalire dalla cervice fino all’utero e alle tube. Questo processo porta a conseguenze dannose per la salute riproduttiva femminile, come confermano i dati della letteratura scientifica: circa il 20% delle donne con un’infezione da clamidia del tratto genitale inferiore svilupperà una malattia infiammatoria pelvica, il 4% svilupperà dolore pelvico cronico, il 3% infertilità, probabilmente a causa della formazione di cicatrici e dell’occlusione delle tube di Falloppio, il 2% patologie ostetriche (anomalie cromosomiche, aborti spontanei, malformazioni congenite e nati morti).
Inoltre, la malattia infiammatoria pelvica può a sua volta dare origine ad altre patologie, quali endometrite, parametrite, salpingite, ooforite, peritonite pelvica e ascesso ovarico, che possono causare dolore pelvico cronico, occlusione tubarica, sterilità, rischio di gravidanza extrauterina e parto prematuro.
La clamidia non va sottovalutata poiché può rendere l’organismo più vulnerabile ad altre infezioni gravi, come l’HIV. Un rischio particolare riguarda le donne in gravidanza: se l’infezione da clamidia è presente al momento del parto, il batterio può essere trasmesso al neonato, provocando possibili polmoniti o infezioni agli occhi (congiuntivite).
Va però specificato che l’impatto della malattia varia da persona a persona. Fattori come la presenza di altre infezioni contemporanee o lo stato di salute del microbioma vaginale possono influenzare la risposta del corpo, offrendo, in alcuni casi, una protezione naturale che può limitare i danni a lungo termine.
Quali esami fare per l’infezione da clamidia?
Gli esami per la ricerca della clamidia prevedono il tampone endocervicale e vaginale effettuato durante la visita ginecologica, oppure tamponi rettali, orali o esami in campioni di urine, sulla base dei sintomi riferiti dalla donna.
In caso di positività per l’infezione da clamidia, il medico può richiedere altri esami quali il test sierologico per HIV e la ricerca di altre infezioni sessualmente trasmesse, che dovranno essere effettuati anche da tutti i partner sessuali.
Ultimo aggiornamento: giugno 2026
Online: novembre 2022
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