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Piramide alimentare: qual è quella italiana?

Le piramidi alimentari hanno l’obiettivo di indicare ed educare le persone a “mangiare bene”. Esistono diverse piramidi alimentari nel mondo, spesso accomunate dagli stessi principi anche se diverse in alcuni alimenti. La piramide alimentare italiana si ispira al modello della dieta mediterranea, recentemente rivisitato dalla Società Italiana di Nutrizione Umana sulla base delle più recenti evidenze scientifiche.

Ne parliamo con la dottoressa Maria Bravo, biologa nutrizionista di Humanitas San Pio X.

A cosa serve la piramide alimentare?

Le linee guida alimentari, graficamente presentate come piramidi, nascono allo scopo di promuovere sane scelte nutrizionali per la popolazione, in genere basate su evidenze scientifiche, tenendo conto anche degli aspetti socio culturali e tradizionali, della sostenibilità e della salute umana. 

Esistono molteplici piramidi alimentari nazionali e anche piramidi basate su modelli alimentari specifici che fanno riferimento a prodotti reperibili sul territorio, come:

  • la dieta mediterranea
  • la dieta asiatica tradizionale
  • la dieta latino-americana tradizionale
  • la dieta del patrimonio africano.

In pratica, ogni paese ha le proprie linee guida alimentari che spesso si somigliano nei principi base, ovvero pongono enfasi sul consumo di frutta, verdura e cereali integrali, con moderazione di proteine animali e grassi.

Qual è la piramide alimentare in Italia?

In Italia e in Europa più in generale, il modello alimentare consolidato è la dieta mediterranea, rappresentato da una piramide in cui alla base sono rappresentati gli alimenti da consumare quotidianamente, a metà quelli consigliati settimanalmente e al vertice quelli per il consumo occasionale. 

La Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases, una versione aggiornata della piramide alimentare mediterranea che integra le più recenti evidenze scientifiche con considerazioni ambientali, culturali ed economiche. Decenni di studi hanno confermato che adottare la dieta mediterranea permette di ridurre significativamente il rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, alcuni tumori e malattie neurodegenerative, confermando che non si tratta quindi di un modello alimentare basato solo sulla tradizione alimentare del nostro Paese, ma di un modello validato scientificamente che viene costantemente tenuto aggiornato.

Dieta mediterranea

La piramide alimentare della dieta mediterranea aggiornata da SINU (2025) colloca tra gli alimenti di consumo quotidiano frutta secca e semi oleaginosi, insieme a frutta, verdura, cereali (preferibilmente integrali) e olio extravergine di oliva, seguiti dai legumi e latticini come latte e yogurt. Le proteine animali trovano spazio nella fascia della “frequenza settimanale”, privilegiando il pesce e le carni bianche, mentre le carni rosse e quelle lavorate sono posizionate al vertice della piramide, per un consumo occasionale. 

Inoltre, la nuova piramide enfatizza la scelta di alimenti locali, freschi, stagionali e minimamente processati, con una chiara raccomandazione a limitare zuccheri aggiunti, sale e alcol: tutti fattori collegati all’aumento del rischio di malattie croniche. La piramide alimentare aggiornata da SINU tiene conto anche di aspetti fondamentali spesso trascurati: la convivialità, l’attività fisica regolare, l’idratazione adeguata, e l’attenzione a evitare lo spreco alimentare

Seguire la dieta mediterranea, oggi, significa non solo mangiare bene e aiutare la prevenzione di molte patologie, ma anche ridurre in modo significativo l’impatto ambientale rispetto a modelli alimentari ricchi di prodotti animali e ultra-processati.

Cosa c’è di nuovo nella piramide alimentare americana?

Le nuove linee guida americane hanno lo scopo di riportare la popolazione verso il cosiddetto “cibo vero”, un obiettivo condivisibile in una società che ha perso l’abitudine di cucinare, preferisce il cibo preconfezionato, e in cui, secondo l’analisi fornita da SINU, oltre il 70% degli adulti presenta sovrappeso o obesità, e quasi 1 adolescente su 3 presenta condizioni di prediabete. Tuttavia, il modello mostra alcune criticità soprattutto per quanto riguarda due aspetti:

  • la quantità di proteine raccomandate: alcune indicazioni statunitensi propongono intervalli di assunzione proteica più elevati in specifici contesti. Ma se da una parte è vero che alcune persone possono beneficiare di un apporto proteico relativamente maggiore – come gli anziani e le donne in menopausa, per contrastare la sarcopenia, la perdita progressiva di massa muscolare associata all’invecchiamento – dall’altra le evidenze scientifiche disponibili indicano che tali aumenti debbano essere personalizzati e non possono essere generalizzati all’intera popolazione adulta, indipendentemente da età, sesso, stato nutrizionale o livello di attività fisica.
  • la qualità delle proteine: le nuove indicazioni americane includono la carne rossa tra le possibili fonti proteiche, senza però raccomandarne un aumento specifico rispetto ad altre fonti. Le linee guida enfatizzano piuttosto la varietà delle fonti proteiche, incoraggiando il consumo di legumi, frutta secca, semi e pesce. Le evidenze scientifiche internazionali mostrano infatti che le proteine di origine vegetale e quelle del pesce sono associate a esiti di salute più favorevoli rispetto a diete ricche di carne rossa e carni lavorate.

Inoltre, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, già da circa un decennio circa ha classificato il rischio oncologico per la carne rossa – cioè le carni di manzo, vitello, maiale, agnello, montone, cavallo e capra – come probabilmente cancerogena (gruppo 2A). Questo significa che gli studi hanno osservato un’associazione positiva tra il suo consumo e lo sviluppo di tumori, in particolare del colon-retto, ma possono essere presenti anche altri fattori, come ad esempio, la predisposizione genetica.

Le carni lavorate, chiamate anche carni processate o ultra processate, cioè gli insaccati, i salumi, la carne essiccata, il prosciutto, ad esempio, sono state classificate come cancerogene di tipo 1, ovvero esistono prove convincenti e sufficienti, derivanti da studi epidemiologici, che dimostrano la relazione tra il consumo di carne lavorata e il cancro del colon-retto. Questa tipologia di alimenti è anche ricca di grassi saturi e additivi come nitrati e nitriti che possono aumentare il rischio cardiovascolare e oncologico. 

Biologia Applicata Alla Scienza Della Nutrizione

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