Il tumore mammario è la neoplasia più frequente nelle donne. Dati recenti evidenziano che, nonostante i progressi diagnostici e terapeutici, quando si sviluppano metastasi – in particolare le più diffuse sono quelle ossee – si riduce la sopravvivenza e la qualità di vita.
Ne parliamo con la Professoressa Carmen Criscitiello, Responsabile di Oncologia Mammaria presso Humanitas San Pio X e l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e docente di Humanitas University.
Tumore mammario: perché metastatizza alle ossa?
Lo sviluppo delle metastasi ossee nel carcinoma mammario è il risultato di una complessa interazione tra cellule tumorali e microambiente scheletrico. Dopo essersi staccate dal tumore primario, alcune cellule tumorali raggiungono l’osso attraverso il circolo sanguigno dove trovano un ambiente ricco di fattori di crescita (TGF‑β, IGF‑1 e PDGF) che ne favoriscono la sopravvivenza.
Una parte di queste cellule entra in uno stato di quiescenza (inattività) che può durare molti anni e che permette loro di sfuggire sia al sistema immunitario sia ai trattamenti sistemici. La riattivazione può essere innescata da diversi fattori come l’infiammazione, ad esempio. Una volta attivate, le cellule tumorali alterano profondamente l’equilibrio tra osteoclasti (cellule responsabili del riassorbimento osseo) e osteoblasti (cellule deputate alla neoformazione ossea), accelerando la degradazione dell’osso rispetto alla rigenerazione. Questa attività instaura un vero e proprio circolo vizioso tumore-osso che amplifica sia la distruzione scheletrica sia la progressione della malattia, e contribuisce anche alla resistenza terapeutica, rendendo le metastasi ossee una delle complicanze più difficili da trattare nel carcinoma mammario.
Metastasi ossee nel carcinoma mammario: le terapie
Recenti studi indicano che il trattamento delle metastasi ossee da tumore mammario richiede un approccio multidisciplinare – oncologi, radioterapisti, ortopedici e specialisti del dolore – e personalizzato, che tenga conto non solo del controllo della malattia, ma anche della qualità di vita della paziente.
A seconda delle caratteristiche biologiche del tumore, endocrinoterapia, chemioterapia o terapie mirate (targeted therapy) hanno l’obiettivo di rallentare la progressione della malattia in tutto l’organismo. Questi trattamenti agiscono sul tumore nel suo complesso e rappresentano la base su cui costruire tutte le altre strategie terapeutiche.
Accanto alle terapie sistemiche, si possono utilizzare farmaci a bersaglio osseo, che intervengono direttamente sul microambiente scheletrico. I più utilizzati sono i bifosfonati (come l’acido zoledronico) e denosumab, un anticorpo monoclonale anti-RANK-L che, pur agendo in modo diverso, sono impiegati per ridurre l’attività degli osteoclasti, le cellule responsabili del riassorbimento osseo. In questo modo si riesce a rallentare la distruzione dello scheletro, diminuire il rischio di fratture e alleviare il dolore, migliorando sensibilmente la qualità di vita. Tuttavia, le evidenze scientifiche disponibili indicano che, pur essendo efficaci nel prevenire gli eventi scheletrici, nel setting metastatico non è ancora chiaro se riescano a prolungare in modo significativo la sopravvivenza globale.
In alcuni casi, soprattutto quando la metastasi provoca dolore intenso o rischia di indebolire gravemente l’osso, si può ricorrere anche a trattamenti locali come radioterapia o interventi chirurgici mirati a stabilizzare il segmento osseo compromesso. Queste procedure non curano la malattia, ma permettono di controllare i sintomi e prevenire complicanze potenzialmente gravi.
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