La mitologia ci aveva visto giusto: il tendine d’Achille è anatomicamente il tendine più lungo e quindi più “vulnerabile” perché è costretto a sopportare più carico rispetto ai tendini in altre parti del corpo. «È formato dall’unione di tre muscoli (gastrocnemio mediale e laterale, soleo) che si trovano nella parte posteriore e inferiore del polpaccio – spiega il  dottor Federico Usuelli, Responsabile di Ortopedia della Caviglia e del Piede di Humanitas San Pio X – e confluisce nel calcagno. Il suo ruolo è fondamentale nella fase di spinta, cioè quando il calcagno viene sollevato da terra per compiere un movimento come il passo, la corsa, ecc. Per questo, in caso di rottura, è fondamentale sottoporsi subito alla visita ortopedica per iniziare in breve tempo la terapia adatta agli sportivi e quindi tornare a fare sport come prima del trauma». 

Rottura del tendine d’Achille, questione di degenerazione

«La rottura del tendine d’Achille è molto frequente nelle persone tra 40 e 60 anni, anche se può essere riscontrata facilmente persino nei 30enni sportivi – continua l’ortopedico -. Escludendo le lesioni da taglio, che sono molto rare, la rottura del tendine d’Achille si manifesta come evento finale di un processo degenerativo cronico. La degenerazione del tendine lo fa assomigliare a una corda sfilacciata, anche se la persona si rende conto della lesione solo quando la degenerazione è già compiuta. In genere, avverte una fitta accompagnata dalla sensazione di ricevere un “calcio da dietro”. Dopo la visita a piede e caviglia, la diagnosi della lesione avviene con l’ecografia e, in alcuni casi, si può consigliare anche di sottoporsi a RMN (risonanza magnetica) per identificare la cura migliore in base alla distanza tra le due estremità del tendine che si è rotto». 

Rottura del tendine d’Achille, le soluzioni per gli sportivi

«Vi sono varie opzioni per risolvere la rottura del tendine d’Achille – chiarisce il dottor Usuelli – e la scelta dipende sia dall’entità del danno, sia dalle esigenze del singolo paziente. 

Trattamento conservativo: vengono applicati una serie di gessi (sopra il ginocchio) e viene richiesto un periodo di immobilizzazione di circa 3 mesi. Pur essendo una scelta terapeutica molto efficace, non è adatta a persone sportive e/o con una vita molto attiva. Per loro, la soluzione chirurgica rappresenta la via più veloce ed efficiente per la guarigione dopo la rottura completa del tendine d’Achille.

Soluzioni chirurgiche mini-invasive: quando la distanza tra le estremità del tendine non è molto grande. Viene praticata un’incisione minima (2-3 cm) o addirittura nulla, per ripristinare l’integrità del tendine. 

Trasposizione tendinea del flessore lungo dell’alluce: quando la rottura del tendine ha causato una distanza molto grande tra le estremità del tendine. Si verifica in caso di lesioni croniche achillee, ovvero diagnosticate tardivamente a oltre 20 giorni dall’evento, oppure se la rottura avviene nella zona alta del tendine (a livello della giunzione miotendinea). Questa tecnica di guarigione prevede l’utilizzo di un tendine sano (il flessore lungo dell’alluce) che viene trasposto per curare la lesione di quello di Achille. Questa scelta permette di minimizzare invasività dell’intervento e favorire un ritorno all’attività sportiva in tempi ridotti.

In ogni caso, a prescindere dalla tecnica chirurgica scelta, dopo l’intervento è necessario un periodo di immobilizzazione di circa 40 giorni. Per quanto riguarda la ripresa delle attività: dopo 2 mesi, si può riprendere il carico completo; dopo 2-3 mesi, si può ricominciare a guidare; infine, dopo 6-9 mesi si torna all’attività sportiva agonistica. In questi casi  – conclude lo specialista – la medicina rigenerativa può essere affiancata alle tecniche chirurgiche per stimolare i processi rigenerativi del tendine d’Achille».