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Infezioni sessualmente trasmesse nella donna: sterilità e dolore pelvico cronico tra le conseguenze

È sufficiente un qualunque tipo di rapporto sessuale per contrarre una delle tante infezioni sessualmente trasmesse se il partner è già infetto, sebbene, come spesso accade, asintomatico. La clamidia è un’infezione sessualmente trasmessa che può dare sintomi anche molto lievi, ma non va mai considerata “solo un’infezione vaginale”. Infatti, come dimostra la letteratura scientifica, nella donna le conseguenze dell’infezione possono manifestarsi nel lungo periodo in modo permanente.

Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Raffaela Di Pace, ginecologa e sessuologa dell’Ambulatorio di Sessuologia di Humanitas San Pio X. 

Clamidia: non è mai solo un’infezione vaginale

Nonostante la clamidia sia una delle più comuni infezioni sessualmente trasmesse, a causa dei sintomi spesso lievi o assenti, le persone con l’infezione possono non accorgersene e quindi non rivolgersi a uno specialista per la cura. Tuttavia, i sintomi lievi non sono assolutamente correlati alla gravità dell’infezione che, nel tempo, può portare a conseguenze gravi soprattutto a carico dell’apparato riproduttivo femminile. 

Quando presenti, i sintomi compaiono dopo 1-3 settimane dall’infezione, con secrezioni mucose filanti, perdite di sangue, sensazione di irritazione. 

Quali sono le conseguenze dell’infezione da clamidia?

Quando una donna entra in contatto con agenti patogeni sessualmente trasmessi (per via vaginale, anale, orale), i batteri risalgono lungo la superficie della mucosa, dalla cervice, e si diffondono all’endometrio e infine alle tube, sviluppando impervietà tubarica e rischio di infertilità. Si stima che l’infezione da clamidia non trattata sia responsabile di circa il 15% delle diagnosi di malattia infiammatoria del pavimento pelvico nelle donne, e che nel 10-20% dei casi sia responsabile dell’infertilità femminile. Inoltre, la malattia infiammatoria pelvica può a sua volta dare origine a endometrite, parametrite, salpingite, ooforite, peritonite pelvica e ascesso ovarico, che possono causare dolore pelvico cronico, occlusione tubarica, sterilità, rischio di gravidanza extrauterina e parto prematuro

Da non trascurare il fatto che le persone affette da clamidia hanno un rischio aumentato di trasmettere/acquisire il virus HIV rispetto alle persone non contagiate da clamidia. Infine, la donna che contrae l’infezione prima o durante la gravidanza, espone il nascituro a un rischio maggiore di trasmissione dell’infezione da clamidia con il parto, con conseguenze neonatali quali congiuntivite (30-50%) e/o polmonite (10-20%).

Tuttavia, dati recenti di letteratura scientifica suggeriscono che non tutte le infezioni hanno le stesse sequele nel lungo termine, e che eventuali co-infezioni, caratteristiche individuali associate soprattutto alla variabilità del microbioma vaginale, possono avere un ruolo importante, in alcuni casi protettivo nei confronti dell’infezione. 

Quali esami fare per l’infezione da clamidia?

La ricerca della clamidia avviene con tamponi endocervicali e vaginali, effettuati durante la visita ginecologica, oppure tamponi rettali, orali o esami in campioni di urine, sulla base dei sintomi riferiti dalla donna.  

In caso il risultato sia positivo per clamidia, verranno richiesti altri esami quali il test sierologico per HIV e la ricerca di altre infezioni sessualmente trasmesse. Inoltre gli esami dovranno essere effettuati anche da tutti i partner sessuali.

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