Quando il virus si riproduce, ovvero crea molte copie di se stesso, è del tutto normale che ogni tanto vengano commessi degli errori, come quando tra centinaia di fotocopie ne escono un paio sbiadite o rovinate. Questi errori nella copia del patrimonio genetico del virus (genoma) corrispondono alle mutazioni. Il SARS-CoV-2 non è da meno, anzi, di per sé appartiene a una famiglia di virus particolarmente predisposti alle mutazioni. Tuttavia, come è stato riscontrato nelle varianti più significative del virus (inglese, brasiliana e sudafricana), in alcuni casi la mutazione rende il virus più contagioso, aggressivo e difficile da combattere. Per questo, le mutazioni devono essere costantemente monitorate e studiate, soprattutto per verificare la loro eventuale resistenza ai vaccini. 

I vaccini sono efficaci contro le nuove varianti?

L’arrivo dei vaccini ha rappresentato per molti l’inizio di un possibile percorso di ritorno alla normalità. Tuttavia, alcuni possono essere preoccupati che i vaccini messi a punto finora siano effettivamente efficaci anche contro le varianti del SARS-CoV-2 solo recentemente identificate. In generale, le mutazioni dei virus non sono direttamente associate a inefficacia del vaccino, basti pensare ai casi dei vaccini contro il morbillo o la rosolia che hanno avuto un’efficacia duratura anche dopo molti anni dal loro sviluppo. Invece, nel caso del vaccino antinfluenzale, ogni anno avviene un aggiornamento nella sua composizione per adattarlo alle mutazioni che rendono inefficaci quelle precedenti. Al momento, per quanto riguarda SARS-CoV-2, gli studi sono ancora in corso e i risultati rimangono incerti. Per ora, sembrerebbe che i vaccini siano efficaci contro la variante inglese, mentre per quella sudafricana e brasiliana la protezione del vaccino potrebbe essere minore. Tuttavia, va ricordato che non solo le aziende produttrici dei vaccini a mRNA (come il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 Comirnaty noto come Pfizer-BioNTech e il vaccino COVID-19 Vaccine Moderna mRNA -1273) stanno studiando eventuali richiami vaccinali per migliorare la protezione contro le varianti future, ma sono anche in grado di adattare velocemente le composizioni dei vaccini per renderli efficaci contro le nuove mutazioni. 

Quali sono le varianti principali?

Le principali varianti monitorate di SARS-CoV-2 sono tre: la variante inglese, la variante sudafricana e quella brasiliana. In tutti e tre i casi, le mutazioni si presentano sulla proteina Spike del virus posta sulle caratteristiche “punte” delle singole particelle del virus SARS-CoV-2. La proteina S (Spike) si lega all’enzima ACE2 (enzima di conversione dell’angiotensina 2, presente sulle cellule dell’epitelio polmonare dove ha la funzione di difendere i polmoni da infezioni e infiammazioni) e in questo modo il virus entra nella cellula, impedisce ad ACE2 di compiere il proprio ruolo protettivo e rilascia il proprio codice genetico virale (RNA), costringendo così la cellula a produrre proteine virali che creano nuovi coronavirus. In questo modo l’infezione virale si diffonde in tutto l’organismo.

Variante inglese (VOC – Variant of Concern – 202012/01: isolata per la prima volta in Gran Bretagna nel settembre 2020, si trasmette con più facilità e si ipotizza abbia anche una maggior capacità di suscitare malattia a seguito dell’infezione (patogenicità).

Variante sudafricana (501 Y.V2): isolata per la prima volta nell’ottobre 2020, anche questa variante ha una trasmissibilità più elevata e sono in corso studi per verificare se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da COVID-19. Se così fosse, vorrebbe dire che questa mutazione del virus potrebbe sfuggire alla risposta degli anticorpi sviluppati con la precedente infezione.

Variante brasiliana (P.1): è stata isolata in Giappone nel gennaio 2021 e poi in Corea del Sud sempre in viaggiatori provenienti dal Brasile. Anche per questa variante la trasmissibilità è maggiore e si ipotizza che possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da COVID-19.

Al momento, almeno per quanto riguarda la variante inglese, non sembra che colpisca con più intensità una certa categoria di persone. Per quanto riguarda la variante sudafricana e brasiliana, i dati non sono ancora sufficienti per individuare una maggiore incidenza su un gruppo di persone specifico. In ogni caso, anche se possono cambiare le caratteristiche del virus da una variante all’altra, quello che rimane invariato sono le norme di prevenzione per arginare la loro diffusione: l’uso delle mascherine, il distanziamento sociale e l’igiene delle mani.

Come vengono monitorate le varianti?

In Italia l’analisi delle varianti viene effettuata dai laboratori delle regioni e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità. Quest’ultimo ha chiesto infatti ai laboratori delle regioni e province autonome di selezionare dei sotto-campioni di casi positivi e di sequenziare il genoma del virus per individuare in particolare la presenza della variante inglese. Successivamente verrà poi individuata la presenza delle altre varianti, se necessario. Inoltre, lo European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha raccomandato che siano sequenziati almeno circa 500 campioni selezionati casualmente ogni settimana a livello nazionale, secondo alcune priorità, ad esempio: 

  • soggetti vaccinati contro SARS-CoV-2 che successivamente si infettano nonostante una risposta immunitaria al vaccino; 
  • ospedali nei quali vengono ricoverati pazienti immunocompromessi positivi a SARS-CoV-2 per lunghi periodi; 
  • pazienti che si reinfettano; 
  • individui in arrivo da Paesi con alta incidenza di varianti SARS-CoV-2;
  • aumento dei casi o cambiamento nella trasmissibilità e/o virulenza in una data zona.

A livello europeo, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA – European Medicines Agency, che ha autorizzato i vaccini Pfizer, Moderna e AstraZeneca) sta preparando delle linee guida per affrontare le nuove varianti e ha chiesto a tutti i produttori di indagare se il proprio vaccino possa offrire protezioni contro eventuali varianti. Stando ai dati raccolti, EMA definirà il proprio approccio normativo al fine di garantire anche in futuro la disponibilità dei vaccini dimostratisi finora efficaci. L’EMA sta inoltre collaborando con altre autorità di regolamentazione nel quadro dell’International Coalition of Medicines Regulatory Authority (ICMRA) per determinare possibili modifiche alla composizione dei vaccini COVID-19 in un’ottica di strategia globale.