Quando si parla di cuore, le donne sembrano non temere per la sua salute. Invece, in vista della menopausa, specie se in famiglia sono presenti patologie cardiovascolari, cardiopatie e valvulopatie, le donne dovrebbero sapere che è importante prestare attenzione anche alla salute del cuore. Infatti, con la menopausa il rischio cardiovascolare per la donna diventa uguale a quello dell’uomo per eventi cardiaci come ictus, infarto, patologie cardiache. Alcuni fattori misurabili però permettono di rilevare, intercettare o prevenire precocemente l’insorgenza di malattie cardiache che, quando si manifestano, hanno un impatto negativo sulla qualità di vita della donna. Per parlare di rischio cardiovascolare, cos’è e come si misura nella donna abbiamo chiesto alla dottoressa Stefania Puppa, cardiologa di Humanitas San Pio X.

Cosa significa rischio cardiovascolare?

«Per rischio cardiovascolare si intende la potenzialità di sviluppare ateromasia, cioè il rischio di danneggiare, nel tempo, il lume endoteliale in qualsiasi distretto dell’organismo – spiega la cardiologa -. Quando si parla di ateromasia, si è portati a pensare in primis alle placche aterosclerotiche che si depositano sui principali vasi arteriosi, cioè quelli del collo (le arterie carotidi) e del distretto coronarico. In realtà tutti i vasi sanguigni condividono lo stesso tipo di cellule e lo stesso rischio di danno all’endotelio vascolare, ma è chiaro che se vengono colpiti i vasi degli organi principali, i danni e le manifestazioni a carico della salute saranno più critiche». 

Cosa accade al cuore con rischio cardiovascolare

«Il danno endoteliale non avviene in un attimo, e ci vuole tempo affinchè si sviluppi ateromasia e si riducano le funzioni dell’organo colpito fino a sviluppare, nel caso del cuore, le cosiddette sindromi coronariche acute – prosegue la dottoressa Puppa -. Infatti, il cuore, nel tempo, cerca di adattarsi a una riduzione della perfusione (ipoperfusione) di sangue, causato dalla progressiva obliterazione del lume coronarico. Quanto e come si adatta il cuore al flusso ridotto di sangue che gli serve per funzionare bene determina l’andamento della patologia. Infatti, una patologia ateromasica che si sviluppa lentamente farà sì che il cuore possa abituarsi a funzionare anche con una perfusione ridotta, fino a quando però inevitabilmente il danno cardiaco si manifesterà. Quando il danno, invece, precipita repentinamente, il cuore non ha il tempo di adattarsi alla nuova modalità di lavoro a ridotta perfusione. E’ questo il momento in cui si manifestano le sindrome coronariche acute, diverse a seconda del danno determinato: se l’ostruzione coronarica è completa (infarto), se il vaso si chiude parzialmente, se si chiude solo sotto sforzo o anche a riposo».

Campanelli d’allarme per rischio cardiovascolare da non sottovalutare

«Nella quotidianità, i sintomi a cui prestare attenzione sono i piccoli cambiamenti sull’efficacia di alcune azioni – dice la specialista -. Ad esempio, quando manca il fiato o si avverte stanchezza nello svolgere prestazioni e azioni quotidiane che prima si svolgevano facilmente, come camminare portando le borse della spesa, salire le scale. Mancanza di fiato e stanchezza possono essere i primi campanelli d’allarme a cui va prestata grande attenzione, per evitare che il successivo campanello sia il dolore toracico tipico dell’evento acuto, anche se temporaneo come nell’angina pectoris». 

Come si misura il rischio cardiovascolare?

«Innanzitutto, tra i fattori che vengono presi in considerazione per la misurazione del rischio cardiovascolare si trovano l’abitudine al fumo di sigaretta, il peso corporeo, e la quantità di sale e trigliceridi che si consuma abitualmente con la dieta – sottolinea l’esperta -. Per misurare il rischio cardiovascolare utilizziamo tabelle che definiscono un punteggio, stabilito su basi scientifiche, per ogni fattore di rischio. Durante la visita cardiologica la somma dei punteggi rilevati dalla misurazione del rischio ottenuto dalla presenza di fattori modificabili (stile di vita) e glicemia, livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue, circonferenza dell’addome e fattori non modificabili come l’età, serve a orientare lo specialista verso l’indice di rischio individuale. Nella maggior parte dei casi, nelle donne sane che non hanno avuto eventi vascolari maggiori, l’età in cui aumenta il rischio cardiovascolare è dai 40 anni e fino a 70 anni. In questa fascia d’età è raccomandabile per tutte le donne una corretta diagnostica con esami specifici, la visita cardiologica per la misurazione del rischio, l’identificazione dei fattori di rischio e la loro correzione grazie a consigli personalizzati sullo stile di vita (dieta, attività fisica, smettere di fumare, perdere peso, eccetera) ed eventualmente terapia».